MANCANZA DI FUTURO E PRECARIETÀ COLLETTIVA

Perché dico che oggi sperimentiamo in modo collettivo ciò che ogni singolo precario prova intimamente. Una delle linee narrative che non deve mai mancare nella storia di una società è quella che racconta oggi il futuro che desideriamo. La buona politica ha un ruolo fondamentale nell’aiutare le persone ad immaginare, a credere un futuro migliore possibile, a rompere abitudini e schemi del presente, a sentire possibile una vita migliore.

Costruire e raccontare una storia di futuro è forse la più insidiosa delle narrazioni: le immagini di futuro stimolate nella mente degli elettori sono facilmente sfaldabili, sgonfiabili – assieme all’entusiasmo – quando la realtà presenta un intoppo che sembra rendere irraggiungibile o troppo lontano il domani immaginato.

Le persone devono poterla elaborare, rimodulare liberamente sulla base della propria esperienza. Più richiede sacrificio il presente, più il futuro deve promettere felicità. Oggi la narrazione che ci domina è schiacciata sul presente. L’unica prospettiva di ogni scelta politica viene raccontata quasi esclusivamente come lo sforzo di compiere un salvataggio con un grosso FORSE che incombe su tutto. Decisamente troppo poco come storia di futuro. Se l’accento va poi messo sulle tensioni sociali, l’immagine di futuro si fa tetra. Manca un racconto credibile, che ci sostenga nelle fatiche che dobbiamo affrontare. Manca perfino la possibilità di immaginarlo. Questo sentire lo prova ogni giorno ogni singolo precario o disoccupato, o padre con due figli piccoli.

E questo ci fa sperimentare un enso di precarietà collettiva.

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