Lo storytelling e la data fatidica dell’89

Che oggi la comunicazione politica sia sempre più incentrata sul personaggi politico, sembra sia orma considerazione condivisa. Fino a poco più di vent’anni fa le grandi narrazioni politiche si sviluppavano intorno ai grandi partiti di massa ed hai loro dirigenti. Certo il leader aveva la sua importanza, ma sul piatto della bilancia pesava in maniera enorme il racconto del partito. Esso era dominante e il leader ne era contenuto. I grandi partiti raccontavano narrazioni forti, ampie e radicate: attraverso simboli ed istanze cariche di significato per i cittadini. C’erano parole che trasportavano un intero vissuto come compagno per i comunisti, amico per i democristiani.

A queste narrazioni di partito ciascuno poteva scegliere di partecipare, trovando corrispondenze con il proprio modo di sentire il mondo, o l’insieme di storie/filtro attraverso cui lo si voleva guardare.

Il racconto del Partito Comunista come pure della Democrazia Cristiana, era talmente forte che ogni azione del suo leader o di un suo appartenente erano – e dovevano essere – riconducibili alla trama del partito stesso (storia, identità, rituali ecc).

Dopo l’89 le cose sono cambiate. La narrazione ideologia si è sfaldata e l’attenzione si è spostata sui leader in sé, più che sui leader di partito. Talvolta con la sensazione – e non solo – che un partito appartenesse piuttosto ad un personaggio che il contrario. Berlusconi e Bossi ne sono gli esempi più evidenti, ma anche Di Pietro e Vendola (anche se quest’ultimo con differenti modalità) finiscono per essere coloro su cui gli elettori si identificano, piuttosto che sul partito che rappresentano. E’ il partito ad essere contenuto nel leader. Per il PD e Bersani non accade lo stesso.

Per questo motivo la comunicazione sta assumendo un valore sempre più dominante sulla scena politica.

Nei grandi partiti di ieri la partecipazione alla narrazione era insita dalla forza narrativa del partito stesso: si sceglieva un tipo di racconto a cui si sentiva di potere e volere prendere parte, e si era immediatamente immersi in esso. Era la forza della ideologia.

Oggi la partecipazione non è “scontata”. Deve essere suscitata, attivata, invitata, perché svincolata, appunto, da schemi ideologici. E perciò il personaggio deve proporre lui la storia a cui partecipare: non ha alle spalle quella di partito o ideologica. Con la differenza che oggi, in questi tempi moderni di grandi flussi di informazione, diventare parte di una narrazione non è più solo “scegliere e seguire” ma “scegliere e partecipare”. I mezzi moderni di comunicazione lo consentono su un altro livello o per lo meno lo fanno percepire possibile.

Ecco perché negli ambienti politici più evoluti si parla di storytelling.

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